|
La Chiesa di Santa Maria della Grazia resterà aperta tutte le domeniche dalle ore 09:00 alle ore 10:00
Ore 09:30 recita del Santo Rosario
UN INSEDIAMENTO DEGLI EREMITANI DI S.AGOSTINO
S. Maria della Grazia
Adagiata sul breve pendio (m 90 circa s.l.m) che digrada dai ripidi contrafforti settentrionali dell’altopiano di Salice e che forma la costa sinistra del torrente <La Grazia>, la chiesa sorge in aperta campagna, alla distanza, in linea d’aria, Km 2,50 circa dal centro abitato di Curinga in direzione nord-ovest e ad eguale distanza dal sito della medievale Lacconia in direzione nord-est. Non più di 400 m la separano dalla SS delle Calabrie n°19 dir., nel tratto tra il Km 28 ed il Km 29. Con la zona absidale incassata parzialmente nel terreno a causa della natura del rilievo, la chiesa è orientata con l’abside a sud-est e con la facciata a nord-ovest. Alle spalle si innalzano gli speroni di Anefro e Gàttino (m 337 circa s.l.m.), coperti in buona parte da un esteso castagneto, il bosco di Ruzzello, che, probabilmente, nei secoli scorsi raggiungeva anche il declivio su cui scorge la chiesa, dove prendeva il nome di <Bosco della Madonna>*.
Oggi l’oliveto è la coltura che largamente predomina nella zona, sia sulla costa che si estende sulla riva sinistra del torrente <> sia sulle basse colline (Malia, Campolongo, Tesoriere…) della riva destra che definiscono a nord l’orizzonte. A ovest, lontano, nell’aprirsi largo della valle, si intravede il Tirreno. Densamente abitata fino agli anni cinquanta del nostro secolo e oltre, la zona è ora del tutto spopolata. Distrutti i pagliai, il tipo di abitazione più comune dei contadini poveri e dei pastori, restano, disseminate qua e là, numerose casedde (case coloniche in muratura con tetto in coppi, generalmente ad un vano) in rovina e residenze signorili di campagna, spesso con trappeto a forza idraulica azionato dal <> , palmento, magazzini ecc.., in parte dirute. È difficile qauli caratteri avessero il mantello vegetale e l’insediamento umano nella zona al tempo della fondazione del convento. Nella contrada <>2 – è questo il toponimo che contrassegna l’area precisa in cui sorge la chiesa- è presente nella prima metà del Settecento, soprattutto il vigneto; ma non mancavano gli ulivi, i gelsi, le querce, i seminativi. Gelsi, querce, viti, seminativi venivano rilevati nella stessa epoca anche nella stessa epoca anche nella vicina Casapiena3 , intorno alla torre del << chierico D. Domenico Perugino>>. Il vigneto, sempre nel primo Settecento, sembra prevalere alla Malia4 , ma vi si coltivano anche gelsi ed ulivi e non sono assenti i seminativi; nella <>5 , ha un tappeto il Magnifico Francesco Fabiano di Monteleone, all’interno di un grande oliveto di 35 tomolate. Oliveti, gelseti, vigneti, seminativi, macchie di querce sono presenti, oltre al grande bosco di castagni, sui costoni di Anefro, Gàttino, Argò, Ruzzello. Nella seconda metà del XVIII sono documentate nella zona attività estrattive e di prima lavorazione della pietra calcarea in fornaci ivi esistenti. La chiesa, afferma una fonte dell’epoca6 , sorge <>. Dell’esistenza di <> ci informa lo storico locale Cesare Cesario7 . Traccia dell’attività, che perdurò fino al secondo dopoguerra, sembra sopravvivere nel toponimo <>, indicante una contrada sulla riva destra del <> alla distanza di Km 1,200 circa, in linea d’aria, della chiesa. Evidente è l’influsso del titolo mariano di chiesa e convento sulla toponomastica della zona. Si è già detto del toponimo <>. E si è già fatta menzione del torrente <>, che scorre a valle dell’edificio sacro e che è il secondo, per importanza, dopo il Turrina nel sistema oro-idrografico di Curinga. Con la denominazione <> compare sulle carte un’area che si stende a monte della chiesa, ma anche una contrada a valle di Scammace. <> sono denominate le abitazioni che sorgono ai piedi della Malia. Dotata di navata unica a pianta rettangolare, con facciata volta a nord-ovest, la chiesa di S. Maria della Grazia è conclusa da un’abside pure rettangolare con lato più corto della larghezza della navata stessa. La muratura è in calce e pietrame. Sia la navata che l’abside si presentano attualmente coperte da un solaio in calcestruzzo. La facciata, gli altri muri perimetrali, il barbacane addossato allo spigolo nord, costruito in passato, in epoca non precisabile, verisimilmente per evitare all’edificio danni causati da smottamenti verso la vallata sottostante, sono oggi ricoperti da intonaco in malta cementizia e variamenti tinteggiati: uno zoccolo marrone alla base, il giallo sul resto dei muri perimetrali e, con qualche motivo geometrico in marrone, sulla facciata. Questa, già molto semplice prima che venisse coperta da intonaco, apparte priva di un qualsiasi elemento in rilievo che ripartisca i piani, se si eccettua la forte cornice, tinteggiata in marrone, che borda il frontone triangolare. La porta maggiore, l’unica, peraltro, che consenta l’accesso dall’esterno, è conclusa da un arco ribassato ed è evidenziata da una ghiera. Allo stato attuale, dopo gli interventi degli anni Sessanta e degli anni Ottanta del nostro secolo, è difficile dire se gli stipiti e l’arco, intonacati e tinteggiati, siano in muratura o siano costituiti da conci in pietra. L’intradosso, nella parte oltre i battenti, è fortemente strombato verso l’interno. In alto, in asse con la porta maggiore, si apre una finestra di forma rettangolare, pure strombata verso l’interno. Sullo spigolo nord è impostato un campanile che, prima dei restauri degli anni Sessanta, appariva formato da due pareti, una volta a nord-ovest, sulla facciata, l’altra a nord-est, sulla parete laterale, con archi a sesto acuto, entrambi forniti di campane, inseriti entro paraste innalzate su un basamento aggettante che le raccorda in basso. In alto le paraste sono raccordate da una cornice priva di modanature. Anche in questo caso gli interventi degli anni Sessanta hanno ricoperto con l’intonaco la struttura, sortendo un effetto di generale appiattimento. Mediante l’aggiunta di una terza parete in laterizi e di un solaio, il campanile è stato trasformato in una struttura chiusa che ha forma di prisma a base triangolare. Con i già accennati recenti interventi dai tardi anni Ottanta, il campanile è stato indifferenzialmente tinteggiato in marrone. Sulle due pareti laterali, nella parte alta, si aprono quattro finestre di forma rettangolare concluse da un arco moderatamente ribassato. Una finestrella rettangolare si apre nella parete laterale nord-est dell’abside. Al centro della facci esterna della parete di fondo dell’abside è visibile una monofora tampognata ad arco ribassato, fortemente strombata verso l’esterno. Addossato alla parete sud-ovest dell’abside è un vano seminterrato la cui superficie di base è di poco inferiore a quella dell’abside stessa e che comunica con questa mediante una porta. Il vano riceve luce da una finestra praticata nella parete nord-ovest fortemente strombata verso l’interno, soprattutto verso il basso. Sul vano seminterrato è costruita una sopraelevazione con una finestra sulla parete nord-ovest ed ingresso indipendente. Scavi recenti hanno riportato alla luce, alla fine degli anni Ottanta, le fondamenta di un edificio a pianta rettangolare che definiscono un’area di poco inferiore a quella occupata dalla chiesa. La costruzione si sviluppa in direzione sud-ovest a prosecuzione del vano addossato all’abside e perpendicolarmente all’asse della Chiesa. Negli scavi sono affiorati frammenti di ceramica di vario tipo che sono stati ammassati accanto ai resti delle fondamenta. All’interno della Chiesa, ai lati della porta maggiore, addossati alla controfacciata, sono costruiti dei sedili in muratura. Essi sono coperti, probabilmente, con lastre in pietra; ma, nel corso degli interventi degli ultimi anni ai quali più volte si è accennato, i sedili sono stati intonacati e tinteggiati in violaceo come tutto lo zoccolo. A destra della porta maggiore è murata nella controfacciata una piccola acquasantiera a forma di conchiglia in pietra verde di Calabria. Le pareti laterali, fino a un’altezza corrispondente a quella dei pilastri che sostengono l’arco santo, sono ripartite in quattro pseudo-cappelle, che determinano un ritmo ampio e riposato, e che sono divise l’una dall’altra mediante paraste impostate su plinti e privi capitelli. Tra una parastra e l’altra si disegnano finti archi a tutto sesto; i lievi archivolti sono impostati su mezzi pseudo-pilastri con capitelli e plinti, i quali si saldono, da una parte e dall’altra, alla parastra maggiore. La trabeazione, che corre sulle pseudo-cappelle e che passa sui pilastri dell’arco santo, è caratterizzata da un notevole aggetto della cornice superiore. Da tale ripartizione in cappelle è esclusa l’area delle pareti laterali che fa angolo con la controfacciata, la quale è priva di trabeazione. In questa zona, infatti, sopra la porta maggiore, era collocata una rustica cantoria in legno demolita nel corso degli interventi del 1967. E’ probabile che in passato la cantoria abbia ospitato un organo. Così sembrerebbe da un contratto privato all’acquisto di uno strumento per il prezzo di L. 270, stipulato nel 1853 tra i signori Perugini e Giuseppe e Rosario Tamburelli, organari napoletani operanti in Nicastro. Si ricordi che la presenza dei Perugini nella zona, con estese proprietà ed una residenza in località Casapiena, è documentata dal 1745. E’ anche vero, comunque, che nella memoria della popolazione più anziana, dei nati, cioè, negli ultimi anni dell’Ottocento non è rimasta traccia dello strumento ed è difficile pensare che un organo possa essere andato in rovina dopo una sessantina di anni dalla sua costruzione. Nella fascia che corre lungo le pareti laterali al di sopra della trabeazione si aprono quattro finestre quadrate per parte, coperte da archi moderatamente ribassati, con accentuata strombatura verso l’interno, dalle quali si diffonde la luce nella navata. Difficoltà di ordine materiale hanno impedito di verificare de visu per quale motivo cambi notevolmente, tra esterno ed interno, la forma dei finestroni, che è rettangolare nel primo caso, quadrata nel secondo, come si è già detto. Il Bonello rilevata (1955) alcune lesioni <>9 , le quali lo inducevano a pensare che gli originali muri perimetrali erano stati rinforzati con un secondo muro sovrapposto. La forma interna delle finestre, lo spessore dei muri perimetrali, evidenziato dalle strombature, in sintonia con le proporzioni dell’edificio, accentuano il carattere di monumentalità massiccia dell’organismo architettonico, sottolineato, peraltro, anche dalla robustezza dei pilastri dell’arco santo, ceh marcano un netto contrasto tra la luminosità dell’aula e l’ombra del santuario. Un effetto di vivace animazione plastica dei piani, sottolineata oggi anche dai colori della tinteggiatura, il bianco per le membrature, l’ocra per le superfici lisce, conseguono i riquadri, le ghiere, le cornici che modulano la struttura dell’arco santo, compresa l’imbotte, l’area delle finestre, la controfacciata. Nella terza cappella a partire dal presbiterio, sia nella parete laterale destra che nella parete laterale sinistra, si aprono due nicchie a pianta rettangolare, con arco ribassato. La nicchia di destra, bordata da una ghiera in legno, chiusa da uno sportello in vetro, è sormontata da un fastigio decorato con intagli in legno. L’interno della nicchia è stato di recente rivestito con compensato. In essa è abitualmente esposta la statua in legno policrono della titolare (XVIII secolo?) utilizzata per il culto. Il pavimento, in notevole pendenza verso la porta maggiore, è un cotto. Piastrelle di tonalità chiara si alternano a piastrelle di colore rossiccio ed ocra scuro10 . in taluni casi esse sono coperte da incrostazioni di malta. Fino alla data in cui si è proceduto al sopralluogo in base al quale è stata stesa la presente scheda descrittiva (1 marzo 1989) in un’area rettangolare (m 1,90 x m2,70) che si trovava alla distanza di cm 34 dal primo dei gradini che portano al piano di calpestio del presbiterio, il pavimento in cotto era sostituito da malta cementizia, Si suppone che in quest’ aria l’assenza di pavimentazione dipendesse dalla presenza di sepolture. Il soffitto è costituito dalla superficie inferiore del solaio del tetto. Dalla navata si accede al presbiterio salendo per due gradini che si stendono tra i due pilastri dell’arco santo. Il primo gradino è coperto, a partire da sinistra, da conci in pietra tufacea bianca e da lastra in pietra verde di Calabria. L’eterogeneità dei materiali ed il fatto che essi in alcuni tratti non riescano a coprire per intero la pedata, che è completata da una sottile fasci in cotto, potrebbero far pensare che provengono da recuperi. Il secondo gradino è costituito da conci nella solita pietra tufacea bianca. Di recente l’alzata dei due gradini è stata tinteggiata in violaceo. Anche il pavimento del presbiterio è in cotto. Il santuario riceve luce da una piccola finestra rettangolare, della quale si è detto strombata verso l’interno, aperta in alto nella parete sinistra. Addossati alla parete sinistra ed alla parete destra del presbiterio (da questa parte solo fino alla porta del romitorio) sono dei sedili in muratura, probabilmente coperti da lastre in pietra, che potrebbero essere stati utilizzati come stalli del coro. Negli interventi degli ultimi anni, tali sedili sono stati intonacati e tinteggiati in violaceo. L’altare addossato alla parete di fondo, ha una pedana con due gradini di forma pentagonale rivestiti di lastroni di pietra tufacea con bordo aggettante ed arrotondato. Costruito in muratura, esso è oggi tinteggiato, come il resto della chiesa, in colore bianco nelle membrature ed in ocra nelle superfici lisce. Affiorano, comunque, tracce di una tinteggiatura precedente in finto marmo rossiccio; le colonne sono state di recente ridipinte in finto marmo, qua e là si notano applicazioni di carta stampata lucida pure in finto marmo, dovute sempre ad interventi recenti. Ad un intervento recente è dovuta anche l’applicazione di un pannello di truciolato coperto da laminato di formica sia al ciborio che alla porticina del tabernacolo. L’ancona presente al centro una nicchia a pianta rettangolare, coperta da arco a tutto sesto, inserita in una cornice rettangolare. Ai lati della nicchia si innalzano due coppie di colonne binate, una a destra, una a sinistra, con capitello corinzio, che sostengono una trabeazione sulla quale si leva un fastigio decorato con elementi fitomorfi stilizzati. Al centro della parete destra del santuario si apre una porta con i piedritti ed arco ribassato circolare in conci di pietra tufacea attualmente coperti da intonaco e tinteggiatura. La porta introduce nel vano seminterrato di cui già si è detto. Della chiesa B (etae) Mariae de Gratia de Curinga, O (rdinis) H (eremitarum) S (ancti) A ( ugustini) non si conosce con precisione la data di fondazione; ma, verisimilmente, essa non deve essere molto lontana da quella della chiesa di S.Agostino della terra di Scagliano, che era stata eretta il 17 settembre 1531. L’una e l’altra chiesa, infatti, annesse a conventi dell’Ordine degli Eremiti di S. Agostino ( il convento di Scigliano aderirà più tardi alla Congregazione riformata degli Zumpani ), vengono definite noviter constructas dal <>11 dato a Roma, presso S. Pietro in Vaticano, sub annulo Pisc. il 14 Luglio 1532, col quale si concedeva ai fedeli che avrebbero visitato i due edifici sacri, uno nella diocesi di Martirano, l’altro nella diocesi di Nicastro, l’indulgenza plenaria, dai primi vespri fino al tramonto della festa dei relativi titolari, nella solita forma, ed ai confessori la facoltà di assolvere dai casi riservati. E difficile dire quale fosse la consistenza della nuova comunità conventuale. Se i ruderi emersi sulla destra della chiesa nel corso dello scavo del 1988 corrispondono alle fondamenta dell’edificio monastico eretto nel 1531, pare si possa pacificamente affermare che l’insediamento sia stato fin dalle origine di dimensioni relativamente piccole. Difficoltà cominciarono ad incontrare quei religiosi sicuramente agli inizi del secolo XVII. L’isolamento permetteva ai fuorilegge che si aggiravano per la contrada di vessare i frati. Si conoscono, tra l’altro, i tristi affetti degli abusi connessi al diritto d’asilo. La vicinanza, inoltre, delle paludi della Piana faceva sentire le conseguenze esiziali della presenza dell’anofele. Dei disturbi provocati da facinorosi homines qui solent occorrere et impedire monasticam vitam, oltre che dei danni procurati dal clima insalubre, parla un documento12 relativi agli accordi che, tra il 1610 ed il 1616, prendevano il vescovo di Nincastro, Pietro Francesco Montorio, ed il provinciale degli Agostiniani, fra Matteo da Feroleto, per chiedere all’Università di Curinga di poter trasferire in località vicina al centro abitato la sede del convento. Luogo destinato era la collinetta allora detta La <>, vicina al rione di Calicinò, a monte della contrada Arrenna, che ha conservato la denominazione ed il grande albero di pino ad ombrello fino ai nostri giorni. Non è da escludere che una delle motivazioni del progetto trasferimento fosse la volontà dei religiosi di essere più vicini alla popolazione di Curinga, con la quale, in ogni caso, i rapporti non mancavano; nel 1618, ad esempio, nella Chiesa Matrice del casale verrà fondato un beneficio sotto il titolo S. Maria delle Grazie13. I primi decenni del Seicento, tra l’altro, videro un vero e proprio esodo dalla Piana di Lacconia verso Curinga. Il disegno del trasferimento, in ogni caso, non si tradusse mai in realtà, anche perché la comunità religiosa andò incontro ad un processo graduale ma irreversibile di esaurimento. Nel 1645 il vescovo di Nicastro Giovanni Tommaso Perrone rileva che nel monastero <<…Ordinis Sancti Augustini…..unus tantum habitat>>14 Invariata rimarrà la situazione negli anni successivi; e pertanto la costituzione apostolica Instaurandae regularis di papa Innocenzo X del 15 ottobre 1652, che prevedeva la soppressione delle case religiose con meno di sei membri, colpiva in pieno il convento di S. Maria delle Grazie di Curinga15. Il quale, purtuttavia, continuerà ad essere riportato ancora qualche anno nelle carte dell’Ordine; esso compare infatti in una carta16 dei conventi agostiniani della Provincia di Calabria del 1659, con denominazione di Curingensis, erroneamente ubicato a nord di Feroleto, per uno scambio col convento di Serrastretta ( Serrastratensis ) Il convento si trasformava così in un romitorio, sede di un eremita laico che vestiva indifferentemente il sacco o l’abito civile. Gli ultimi eremiti della Grazia custodirono la Chiesa fino agli anni Venti-Trenta del Novecento. A poco più di dieci anni dalla soppressione della comunità religiosa, i beni del convento di S. Maria della Grazia venivano incorporati ma mons. Perrone, con decreto emanato il 21 aprile 1664, nella prebenda teologale del Primicerio della cattedrale di Nicastro17. La Chiesa si affermava nel Settecento come santuario richiamando grandi folle di fedeli18. Essa veniva abitualmente officiata e vi si celebrava la messa in Dominicis, et aliis diebus festivis de praecepto nel 1726 ( quando, in ogni caso, la Chiesa era annoverata tra le Ecclesiae filiales pauperrimae del casale) sicuramente con ritmi settimanale nel 1745, ( quando procuratore della cappella è certo don Sebastiano Garofano, sacerdote curinghese di 45 anni, che ricopriva la stessa carica nella Comuneria di sacerdoti della Matrice)19 precisamente la domenica nella seconda metà del secolo. I redditi, in gran parte, erano distribuiti in beneficenza. La festa della titolare, all’epoca, si celebrava la prima domenica di luglio20. Al beneficio di S. Maria della Grazia veniva promosso nel 1752 don Domenico Vecchio ( o Vecchi ) che risulta titolare fino al 1769, anno della visita apostolica del Pace e oltre, almeno fino al 1 novembre 177021. Nel 1769 è rilevata dal visitatore apostolico mons. Paolino Pace; ricopre all’epoca la carica di procuratore certo Pietro Umbra ed è eremita un Onofrio Frostai di Olivadi, di anni 4122. La Chiesa di S. Maria della Grazia fu, nel corso dei secoli, usata come luogo di sepoltura soprattutto per i massari, contadini, pastori abitanti nelle contrade vicine della fascia pedemontana e dei contrafforti collinari, Malia, Ruzzello, Grivì ecc. anche, eccezionalmente, dopo l’inagurazione del cimitero comunale (3 marzo 1887) fino al 190423. Anche tale Chiesa pare sia stata danneggiata dal terremoto del 1783; veniva comunque ricostruita e risulta aperta al culto nel 1823, quando è ormai senza rendite che permettono di provvedere al culto e alla manutenzione dell’edificio, come si rileva nella relazione di visita ad limina di mons. Papa. Nel corso del XIX secolo, la chiesa fu al centro di due battaglie legate alle vicende risorgimentali; la prima volta, il 27 giugno 1848, con uno scontro tra un manipolo di Nazionali guidati dal curinghese Francescantonio Bevilacqua e le truppe regie del generale Nunziante, il 27 agosto 1860 con un altro scontro tra Camicie Rosse e Borboni. I Nazionali caduti nel 1848 venivano raccolti per le esequie e fatti seppellire dall’economo curato della parrocchia di Curinga, don Pietro Bianca, nella Chiesa della Grazia. I caduti della Reggia Truppa furono raccolti e fatti seppellire con funerali solenni dal <> in una Chiesa campestre che il Bonello identifica e con la chiesetta di Santa Liberata che sorge nell’uliveto di Campolongo24. Ricordata dall’Adilardi nel 1849 come <> tra le Chiese di Curinga25, continuò ad essere, come sembra comprovare il già citato contratto stipulato (1853) tra i signori Perugini e gli organari Tamburelli, un punto di riferimento per la celebrazione del culto e per una qualche attività pastorale, tra la popolazione rurale della zona, nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento. La Chiesa della Grazia è oggi una filiale della Matrice di Curinga: vi si celebra la festa della titolare il 2 luglio con notevole concorso di pellegrini, provenienti prevalentemente dai paesi della fascia collinare meridionale della Piana di S. Eufemia. Non è da escludere che la Chiesa e il conventino di S. Maria della siano stati danneggiati da eventi sismici anteriori al cataclisma del 1783. si pensi, soprattutto, ai terremoti del 1638 e del 1659. E’ possibile, quindi, che già prima della fine del XVIII secolo, essi abbiano subito interventi di rifacimento e consolidamento. Riferisce il Cesareo che la Chiesa fu ricostruita dalla duchessa Ippolita Ruffo dopo il terremoto del 178326: a riparazioni varie dei gravi danni causati dall’abbandono e dal degrado si procedeva nel nostro secolo una prima volta nel 194527. A drastici interventi si passava nel 196728. Nel corso di tali lavori veniva rimosso il tetto capriate in legno e manto di copertura in coppi, veniva distrutto il soffitto in tavole di legno tinteggiate con dipinto centrale avente come soggetto la Madonna della Grazia raffigurata come galactotrefusa, veniva demolita la cantoria in legno addossata alla controfacciata, veniva ricoperto di intonaco l’esterno dei muri perimetrali. Tetto e soffitto venivano sostituiti da un solaio in calcestruzzo. Sostituzione varie (solaio, infissi, pavimenti, ecc.) si operavano nel vano seminterrato e nella corrispondente sopraelevazione. Non è facile, pertanto, oggi, determinare con precisione cosa sia rimasto della primitiva Chiesa. Procedendo per esclusione, sembra si possa affermare che post-barocco è l’altare. Certamente, in ogni caso, esso è posteriore all’epoca di fondazione, sia per motivi di ordine stilistico sia per motivi di ordine strutturale, che di seguito si diranno. Non si escludono stratificazioni di epoche diverse. Gli spessi gradini in arenaria, col bordo arrotondato sono assai simili ad analoghi elementi, risalenti alla metà del Seicento, presenti nel portico del convento dei Carmelitani di S. Elia di Curinga e nell’accesso al Sancta Sanctorum del monastero di S. Elia Vecchio, sul quale intervennero pure i Carmelitani nella prima metà del Seicento. Di epoca più tarda rispetto alla prima costruzione appare la decorazione dell’interno. Del 1531 sarebbe il pavimento in piastrelle di cotto29. Non mancano, purtuttavia, nell’edificio, a livello di planimetria ed a livello di alzato, gli elementi che sembrano consentire l’individuazione di alcuni tratti fondamentali della fisionomia architettonica originaria e che permetterebbero, quindi, di collocare storicamente il manufatto in un più ampio contesto di cultura artistica. Quasi certamente immutato è rimasto icnografico, con navata unica ed abside rettangolare, che inserisce la chiesa in una lunga tradizione inaugurata dai Francescani, documentata a partire dal 1252 con S.Francesco d’Assisi di Gerace, e proseguita poi, con varie vicende e modifiche, fino agli ultimi decenni del Quattrocento, dall’Osservanza e dagli altri Mendicanti. È difficile dire, allo stato attuale delle ricerche, se anche in S.Maria della Grazia l’abside fosse originariamente coperta da una crociera e se questa sia crollata, a causa di movimenti tellurici, assieme all’arco santo che attualmente è a tutto sesto; è chiaro che i crolli determinati dai terremoti avranno interessato in primo luogo le parti superiori dell’alzato. D’altra parte non si può escludere pregiudizialmente la convivenza di un elemento nuovo (o arcaico, un residuo della tradizione tardo-romanica come accadeva già nel Duomo di Cosenza31), quale è l’arco a tutto sesto, con elementi propri del linguaccia architettonico gotico. Ed è da ricordare pure che l’arco a tutto sesto è presente ancora nel chiostro della chiesa agostiniana di Cosenza, dedicata a S. Agostino, del 142632 . Nella tradizione mendicante si colloca inoltre la chiesa di S. Caterina degli Agostiniani a Paola, con un portale datato 1493, che pure mostra stretti legami con Duomo di Cosenza33. Il richiamo alla tradizione cistercense e forense e, prima ancora, alla tradizione bizantina sembra sopravvivere anche, in S. Maria della Grazia, nella monofora – tampognata probabilmente, al momento della costruzione dell’altare attuale -, ma ancora perfettamente leggibile che si apriva nella parte del fondo dell’abside (volta, come si è detto, ad oriente)34. Nella linea di quella tradizione e, più in generale, di un’antichissima tradizione cristiana di matrice biblica, nella quale il simbolismo di Cristo-sole fu ben presto assimilato dalla liturgia, al sorgere del nuovo giorno una lama di luce penetrava nel corso, proprio nel momento in cui i religiosi celebravano l’Ufficio divino mattutino (in antico il Matutinum, poi le Laudes, da sempre legato alla memoria della resurrezione del Signore, <> [Gv. 1,98] e <> [Mt. 4,2], <> [Lc. 1,78]). Visibile è ancora che conclude la monofora absidale sembra confermare ulteriormente l’impressione dei rapporti esistenti tra questo edificio e l’importante centro di cultura artistica che fu la Cosenza aragonese di fine Quattrocento, dove quell’elemento strutturale e stilistico non è di uso infrequente e nell’architettura civile e in quella religiosa. Si pensi al portale del palazzo di Gaspare Sersale (1493), al portatile della chiesa si S. Chiara a Montalto Uffugo, al portatile della chiesa della Riforma in Bisognano. S. Maria della Grazia di Curinga si presenta così, in un momento in cui ormai in Calabria, specialmente nei centri maggiori, Cosenza, Catanzaro, Monteleone, anche ad opera del Formando, si afferma decisamente la nuova temperie culturale classicistica34 , come documento significativo di una estrema sopravvivenza, in un ambiente periferico ed ermetico, anche se non lontano dai più importanti percorsi viari, del linguaggio che era stato del gotico monastico e che nella vicina Lacconia aveva dato, probabilmente qualche decennio prima, la chiesa di contrada Monastero-Virdello. Assai evidenti sono peraltro le analogie che intercorrono tra le planimetrie delle due chiese. Note 1 Parroco Antonio Bonello, Prima visita …. Pag.15. 2 ASN, CC.OO.C. Ult. II, AC, f.159v 3 Ibidem , f, 193r 4 Ibidem , f, 197r , 198r , 208r 5 ASN, CC.OO.C.Ult, RC, f.213r 6 APC, 1769 Notizie storiche sulla Diocesi di Nicastro (ms. cart. n.n). 7 Cesare Cesario , Curinga, Fermo 1966, pag.37. 8 Il documento giace nell’archivio della famiglia Perugini; l’informazione ci è stata fornita dall’ins. Basilio Carlo Perugini che qui si ringrazia. Giuseppe e Rosario Tamburelli qualche anno prima a Curinga, precisamente nel 1845, avevano realizzato l’organo del Santuario “Maria SS.ma del Carmelo “ 9 Parroco Antonio Bonello, Prima Visita…., pag.15. 10 Laboratori artigianali di produzione di mattoni in cotto sono rimasti attivi in un’area poco lontana dalla chiesa di S. Maria della Grazia, a monte della stessa, fino al secondo dopoguerra (informazione fornita nell’estate del 1998 da Ernesto Augruso fu Salvatore, emigrato dagli anni Cinquanta a Thunder Bay in Canada).
Tratto da:
Geografie verticali. L'edilizia sacra di una comunità calabrese. Curinga, Vibo Valentia, Qualecultura, 2001
|